Alice nella Città
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15/25 October 2020 alice nella città

Sul più bello

Alice Filippi, al suo esordio, ci regala un’opera entusiasmante, fresca, scritta ottimamente da Roberto Proia (anche produttore) e Michela Straniero, che riescono a domare una grande quantità di parole dentro una struttura semplice ma inaspettata.

 

Sul più bello


Alice Filippi, al suo esordio, ci regala un’opera entusiasmante, fresca, scritta ottimamente da Roberto Proia (anche produttore) e Michela Straniero, che riescono a domare una grande quantità di parole dentro una struttura semplice ma inaspettata.

Alice nella città è sempre stata un giardino in cui si è potuto coltivare il talento di regist(r)i altri e alternativi. In fondo lo dice già lo splendido film di Wenders, da cui prende il nome, come intende il cinema questa sezione che da sempre, forse, incarna lo spirito di una Festa in una costante crisi d’identità. Una sezione autonoma e parallela che di fatto è un festival nel festival e che ha sempre costruito palinsesti cinematografici, di incontri e di visioni delicati e potenti. Quest’anno – come vedremo nei prossimi giorni – c’è un discorso sul corpo che innerva gran parte delle opere selezionate, una visione sul cambiamento anche fisico come trampolino per un’evoluzione di sé (e non solo) che è fondante e fondamentale. E un evento speciale come Sul più bello (nelle sale dal 22 ottobre) ne è una dimostrazione coerente, con la plasticità di scene e di uomini e donne che diventano vita, con un gusto estetico (ed etico) originale che accarezza i protagonisti, con visi, muscoli, occhi, capelli, che incorniciano archetipi per destrutturarli subito dopo. A partire da una scoperta come Ludovica Francesconi, che è Marta, una ragazza affetta da mucoviscidosi (malattia cronica, degenerativa e letale), giovane orfana e convivente con un gay e una lesbica che sono i suoi migliori amici e l’accompagneranno nell’essere la Giulietta di un Romeo improbabile (e viceversa), nell’essere stalker e poi corteggiata, in una commedia sentimentale che gioca con gli stilemi del genere, moderni e non, con sensibilità e creatività.

Alice Filippi, al suo esordio, ci regala un’opera entusiasmante, fresca, scritta ottimamente da Roberto Proia (anche produttore) e Michela Straniero, che riescono a domare una grande quantità di parole dentro una struttura semplice ma inaspettata e con un immaginario molto preciso. E che la regista non voglia confondersi con gli altri lo capisci appena la senti, gentilissima e dolce nei modi, determinata e chiara nelle parole. «Non potevo né volevo essere anonima. Un esordio è una responsabilità e un privilegio, sprecarlo rimanendo nella mischia non era un’opzione. Ho voluto mostrare il carattere, mio e del film». Senza subire le influenze, la grammatica dei grandi registi di cui è stata aiuto. «Dovevo trovarne una mia personale, appunto, se butti la tua occasione provando a copiare, imitare altri, soprattutto se sono straordinari talenti, non puoi che fallire. E non trovare un tuo percorso, una tua identità: anche se, come nel mio caso, lo script già ben delineato ti è stato proposto. Detto questo, il mio lavoro con grandi come Carlo Verdone e Giuliano Montaldo è stato importantissimo: tra le tante cose, dal primo ho imparato l’importanza dell’armonia sul set e il saper comportarsi con attori alle prime armi, da lui che ha sempre lavorato con tanti di loro e ogni volta mi stupivo di quanto fosse bravo a metterli a loro agio, a costruire un certo tipo di atmosfera quando giravamo. Dal secondo, a lavorare con la troupe, tutta, a comprendere l’importanza di ognuno dei partecipanti al film, tutti necessari e tutti artisti a cui portare rispetto e da cui imparare».

Ne ha fatto, la regista, un film che prende Amélie – «in realtà da lì abbiamo preso solo il cassetto di Ludovica» – e la catapulta nel mondo di Wes Anderson. Marta è una Tenenbaum, ha la superficialità ostinata dei personaggi di quel regista e anche improvvisi sprazzi di lucida follia, di cinismo e contemporaneamente di profondità che ti spiazzano continuamente. La ami, da subito, e lotti con la trama che la vuole bruttina, il suo carisma naturale e la sua sensualità colorata ti fanno innamorare. «Non mi offendo per il paragone», ride Alice Filippi. «Amo i colori, la fotografia (ma che bel lavoro, Emanuele Pasquet, nda), i costumi, la scrittura di quel cineasta straordinario». E, aggiungiamo, lo ricorda anche per un modo coreografico di mettere in scena la realtà, non rinunciando mai alla bellezza e a dipingere cinema con uno stile muscolarmente colorato e malinconicamente brillante. E di Anderson condivide la curiosità per volti diversi, per attori con un universo dentro e il talento dipinto sui lineamenti.

Preparatevi ad amare per anni Ludovica Francesconi, 21 anni e una quantità di registri interpretativi, dalla commedia al (melo)dramma, da poterci costruire anni di ottimo cinema italiano a cui non siamo abituati, se si esclude talenti rari come, ad esempio, Sabrina Impacciatore, epigone di quella Monica Vitti che ora faticherebbe a trovare cineasti che la sappiano valorizzare. «Ludovica è stata Marta sin da subito, da quel primo provino in cui arrivò: non trovava la felpa, si giustificava con discorsi bizzarri. Mi sono girata verso il produttore, che mi aveva affidato la sceneggiatura, e il casting director e ho detto: questa è Marta. Speriamo che sia pure brava. Lo era, eccome». Ma quel misto di istinto e talento è nel mood del racconto e di tutte le scelte di cast. Dal bello e possibile Giuseppe Maggio, che parte da rampollo “bono” e scava poi in un personaggio sfaccettato, fino ad arrivare alla coppia da urlo Jozef Gjura-Gaja Masciale (sono più bravi che belli, e ce ne vuole tanto sono fighi), tempi e ritmi perfetti, un grande impatto sul film, di quei comprimari solo su carta ma coprotagonisti nei fatti, che fanno la fortuna dei classici del genere statunitensi.

Boris Sollazzo (Redazione: RollingStone)